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FuoriSkema – TRUMP E CLINTON, LA FUFFA È SERVITA

Elezioni Usa 2016: tanti fuochi d’artificio e dichiarazioni roboanti dai candidati, ma molte promesse non saranno mantenute. Ecco perché. Una campagna, con confronto diretto, che ha barato con il mondo, gonfiando i veri poteri del Presidente.

La sera dello scorso 26 settembre, il primo dibattito presidenziale tra Hillary Clinton e Donald Trump è stato visto da circa 100 milioni di persone in tutto il mondo. È un record, e anche abbastanza clamoroso, se si considera che il precedente primato spettava a quello tra Ronald Reagan e Jimmy Carter nel 1980, che aveva riunito intorno al televisore “solo” 80 milioni di spettatori. La mattina seguente la maggioranza dei media statunitensi e internazionali ha detto che a uscirne meglio sarebbe stata la candidata democratica. Trump, che pure è apparso in formato più “presidenziale” rispetto allo sbroccato provocatore di qualche mese fa, non è riuscito ad evitare qualche scivolone, come dichiararsi “furbo” per aver pagato poche tasse o l’accusa all’avversaria di avere poca “resistenza” per fare il presidente, da molti vista come una malcelata forma di maschilismo.

Eppure, dovremmo aver ormai capito la strategia del personaggio in questione. Siamo proprio sicuri che vantarsi di non pagare le tasse sia una gaffe in un paese in cui il 57% dei cittadini pensa di essere oppresso dal fisco? E siamo certi che tutti gli americani siano perfettamente a proprio agio con l’idea di una donna alla Casa Bianca? Insomma, è ancora decisamente prematuro provare a capire chi dei due abbia avuto la meglio, sempre ammesso che qualcuno abbia effettivamente prevalso. Per provare a capirne qualcosa in più ci vorranno i sondaggi delle prossime settimane, e forse nemmeno quelli basteranno.

Strategie comunicative a parte, la serata di lunedì avrebbe dovuto dirci qualcosa in più sulle idee dei contendenti alla presidenza della prima potenza mondiale. Avrebbe, perché tra le luci dello show business, i chili di fondotinta per nascondere le rughe di due tra i più anziani candidati di sempre e gli applausi e le risate del pubblico, a passare in secondo piano sono proprio i contenuti. Donald Trump ha promesso l’introduzione di barriere doganali per stoppare la fuga di aziende e posti di lavoro all’estero, dimenticando però che è il Congresso a regolare il commercio con i Paesi stranieri. Hillary Clinton, dal canto suo, si è di fatto limitata far emergere tutto il differenziale di esperienza politica, ribaltando in senso positivo l’accusa del rivale di far parte dell’“establishment” che ha portato il Paese alla rovina. Basta però visitare il suo sito internet, per accorgersi che nemmeno l’ex first lady è immune dal vizio di fare promesse che non potrà mantenere.

Cosa può fare un presidente

Ricapitoliamo. Se abbiamo capito bene, il “Fare di nuovo grande l’America” di Donald Trump vuol dire bloccare completamente gli ingressi nel paese, deportare chi è già dentro illegalmente e i “musulmani radicali”, garantire “legge e ordine” per le strade, tirarsi fuori da tutti i conflitti, smettere di pagare per la difesa degli alleati (leggere: degli europei), avvicinarsi a Putin, stracciare gli “stupidi” accordi commerciali stipulati con gli altri Paesi e quello sul nucleare con l’Iran e adottare una politica economica protezionistica e aggressiva verso la concorrenza. Il “Più forti insieme” di Hillary Clinton vuol dire invece continuare a fare quello che ha fatto Obama, ma meglio: rafforzare il ruolo degli Stati Uniti nel mondo, controllare la vendita delle armi da fuoco, garantire i diritti degli omosessuali, rendere i college gratuiti e aumentare il salario minimo a 12 dollari all’ora, tra le altre.

Non serve nemmeno verificare se le misure proposte siano fattibili o no (spoiler: molte non lo sono), è sufficiente fermarsi sui poteri effettivi che la Costituzione e le leggi concedono al presidente. Meno di quelli che si potrebbe pensare.

Donald Trump, per esempio, giura che nel giorno 1 della propria amministrazione denuncerebbe la Cina in quanto manipolatrice dei tassi di cambio, una pratica illegale che – dice lui – danneggia moltissimo il potere commerciale degli Stati Uniti. È uno dei punti più forti del programma del magnate, anche se meno pubblicizzato di altri. Ebbene, se in questo si trovasse le due Camere contro (probabile), nemmeno una personalità straripante come quella dell’ex boss di The apprentice potrebbe fare granché. Come abbiamo già visto, spetta al Congresso «regolare il commercio con Paesi stranieri», come si legge nell’articolo 1 sezione 8 della Costituzione. Senza contare l’opposizione quasi certa di organismi sovranazionali come l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Dall’altra parte, l’Equality Act che il programma di Hillary Clinton indica come misura per tutelare la comunità Lgbt dalle discriminazioni, sostiene chiaramente che la libertà di coscienza religiosa non può essere un espediente per discriminare gli omosessuali. Anche ammesso che una legge del genere passi al Congresso, la Corte Suprema potrebbe bocciarla, qualora decretasse che viola il principio costituzionale della libertà religiosa. Nel caso, l’atto del governo verrebbe cancellato all’istante. La lista potrebbe continuare, con i poteri di polizia garantiti ai singoli Stati e non al Governo federale, l’influenza più o meno legale delle lobby e dei gruppi di pressione e un enorme sottobosco di poteri e sottopoteri locali e localissimi: contee, comuni e distretti.

Insomma, sono numerosi i pesi e contrappesi previsti dai padri costituenti che possono opporsi a quello del Capo dello Stato e capaci, se vogliono, di limitarne di molto l’azione politica.

Vuol dire che, in fondo, se a novembre vincerà Clinton o Trump non farà alcuna differenza? Non proprio. Chi siede nello Studio Ovale ha il potere di piazzare a propria discrezione circa 200-300 dipendenti nelle cariche amministrative e di governo, e ha assoluta libertà nello scegliere i propri ministri e collaboratori. È il cosiddetto spoils system, filosofia opposta a quella del merit system per cui ad accedere alle cariche pubbliche sarebbero quelli con le competenze più idonee. Il Presidente mantiene inoltre una certa indipendenza in materia di politica estera, per questo Obama è riuscito nell’ultima parte di mandato a stipulare accordi storici con Cuba e Iran nonostante la forte ostilità del Congresso. Le prossime elezioni, inoltre, saranno decisive per altri due aspetti, di cui, in Italia, si parla poco.

La vera posta in gioco

Democratici e repubblicani non si sfideranno solo per piazzare il proprio campione alla Casa Bianca. In palio, a novembre, ci sono anche 435 seggi alla Camera dei Rappresentanti e 34 al Senato. Il sistema elettorale è il maggioritario uninominale, vuol dire che in ogni Stato almeno un candidato repubblicano e uno democratico si sfidano per la poltrona. Il numero dei deputati eletti è proporzionale alla popolazione, mentre i senatori sono due per collegio. Come abbiamo visto, avere i rami del Congresso dalla propria parte o contro, per un presidente può fare tutta la differenza del mondo. Nella legislatura corrente i repubblicani sono in vantaggio sia al Senato (54 a 44) che alla Camera (247 a 187). Con le prossime elezioni il quadro potrebbe ribaltarsi completamente o rimanere così com’è.

Al presidente, inoltre, spetta il compito di nominare i giudici della Corte Suprema, che sono in tutto 9 e restano in carica a vita. Fino allo scorso febbraio, 5 erano di tendenza conservatrice e 4 liberal. La morte del conservatore Anthony Scalia ha riequilibrato le carte in tavola. Il Senato a maggioranza repubblicana ha bocciato il candidato nominato da Obama, quindi toccherà al prossimo inquilino della Casa Bianca stabilire l’orientamento ideologico del supremo ordine giudiziario del Paese. Senza contare che altri due togati (Kennedy e Ginsburg) hanno superato gli 80 anni, e che quindi il prossimo presidente avrà probabilmente un forte impatto sulla composizione della Corte.

Questa dunque la vera posta in palio delle prossime elezioni, al di là degli scandali, delle dichiarazioni roboanti e di quell’immensa montagna di fuffa che circonda questa campagna elettorale decisamente anomala.

Luca Lottero
L'autoreLuca Lottero
https://lucalottero.wordpress.com/

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