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GENOVA, GARGANO LASCIA LA MOBILE SUSSURRI E GRIDA PER LA SUCCESSIONE

Annino Gargano, capo della Mobile di Genova appena trasferito a Bari. Chi lo sostituirà?

Questa volta la notizia non era per niente nell’aria. Così si è insinuata tra i corridoi del palazzo anni Trenta di via Diaz come lo spiffero di una corrente improvvisa che fa un po’ sbattere le porte. Il capo della Squadra Mobile Annino Gargano lascia Genova per Bari dove, già a partire dalla prossima settimana, ricoprirà lo stesso incarico. Dalla Liguria terra di mare, di sole e di ‘ndrangheta (più di quanto si pensi o si voglia far credere) alla Puglia dove spadroneggia la Sacra Corona Unita e dove Gargano aveva già trascorso una parte della sua carriera.


Una promozione? Forse, sì, no, ma. In questura il chiacchiericcio, condito come sempre di ipotetici retroscena aggrovigliati nei commenti, scalda le reazioni in un tiepido lunedì d’autunno. Certo è che Annino Gargano, cinquantenne salernitano di Amalfi, fa le valigie dopo due anni e mezzo trascorsi alla guida del più prestigioso ufficio investigativo della regione, nella stanza al primo piano del palazzo progettato dall’architetto Alfredo Fineschi, buon esempio di linee razionali.


Chi gli succederà? Come da antica tradizione questurina impazzano i pronostici improvvisati, come da copione, su piccoli indizi e grandi bluff. Nella selezione “popolare” dei candidati potenziali. Pare in testa Giuseppe Schettino, attuale capo della Mobile di Brescia, vice questore aggiunto in odore di promozione (l’eventuale nomina in poco tempo gli varrebbe il grado di primo dirigente, nella scala gerarchica il gradino sopra). Chissà.
La notizia del nuovo cambio della guardia al vertice della Squadra Mobile diventa l’occasione per solcare l’onda lunga del passato provando a rintracciare figure e stagioni sulle quali si è costruita la storia dell’”ufficio” dove un tempo, per ogni ordine e grado, si arrivava a prestare servizio solo dopo una lunga gavetta consumata sul marciapiede come le suole delle scarpe. Méta e non trampolino di lancio.


E così un film si sbobina per immagini e sensazioni che scorrono sulla storia dei suoi interpreti principali. In principio, almeno a nostra memoria, fu Angelo Costa, “Angiulin”, ex partigiano della divisione “Mingo” (il 30 giugno 1960 mediò con l’Anpi e i portuali e così la rivolta di piazza si placò prima che ci potessero scappare i morti). Lo chiamarono il “Maigret genovese” per quella sua aria da signore d’altri tempi. Buone maniere e intuito. Più psicologia che azione sulla quale inoltrarsi nei meandri dell’animo umano, tra criminali e poveri diavoli. Rispetto al celeberrimo investigatore di Simenon, “Angiulin” disdegnava birra e calvados e di notte nei bar ordinava gazzosa. Mille storie, mille casi. Milena Sutter, su tutti. Negli anni Ottanta, ormai in pensione da tempo, in tv da Enzo Biagi ripercorse quella pagina e la sua vita di uomo perbene, genovese fino al midollo, abitava in via Cabella, sopra Manin.


Poi Gaspare Paiella, che ci ha lasciato poco più di mese fa. Originario di Leonessa, reatino dai modi spicci e sguardo puntato sull’interlocutore, che fosse questore, prefetto, sottoposto o bandito. Ben poco incline ai fraseggi dialettici e alle ipocrisie ministeriali, non esitava a manifestare per le rime dubbi e disappunti. E pazienza se questo gli sarebbe valso noie. Sbirro, nell’accezione più nobile, a tutto tondo. Ripeteva che nella vita aveva indovinato due cose, la moglie (donna di grande intelligenza) e il lavoro. Impossibile ripercorrere solo una parte dei capitoli della sua avventura in polizia. Giusto qualche frammento. Arrestò Maurizio Minghella, il “travoltino” della Val Polcevera, serial killer di ragazze, dopo che per mesi i carabinieri avevano brancolato nel buio della Notte della Repubblica (erano gli anni più feroci delle Br e la cronaca nera finiva in secondo piano). Alla farmacia del Ponte Monumentale una mattina disarmò il bandito che teneva in ostaggio i titolari con la forza di uno sguardo. «Dai, dammi la pistola e vieni con me», bastò e avanzò. A Pegli, una notte tra Natale e Capodanno, uccise uno squilibrato che stava sgozzando un portiere d’albergo. C’era una cosa poi che non tollerava: in un’irruzione farsi precedere da uno dei suoi uomini, doveva essere lui per primo. «È questione di secondi, o sei fottuto». All’inizio di settembre nella chiesa dei Diecimila Crocifissi di via Canevari a dirgli addio c’erano tre generazioni di poliziotti, qualche vecchio pregiudicato e un mondo che non esiste più.
Prima ancora c’era stato Mimmo Nicoliello, della scuola “napoletana”. Scaltri, svegli. Quei tipi che ti giravi e te l’avevano già fatta. Erano i tempi della mala dei vicoli, di “Marechiaro” e dei primi siciliani.


Tra gli altri, Salvatore Dispenza, una vita al commissariato di Sestri Ponente, per anni aveva diretto l’ordine pubblico in decine di cortei della Genova operaia in disfacimento. Grazie anche all’acume del suo vice, Giuseppe Gonan, sotto la sua direzione la Mobile riuscì a risolvere un caso di sequestro di persona in meno di 24 ore con la liberazione dell’ostaggio, la commercialista Ada Vallebona (era la nipote dell’inventore della Tac). In quegli stessi anni la Mobile subì l’onta di un furto da parte di due tossicodipendenti. «Era domenica, non sapevano dove andare a rubare, conoscevamo la questura e allora…», dichiarò uno di loro al processo davanti ai giudici allibiti. Dall’ufficio che si occupava della protezione dei pentiti si erano portati via due pistole.


Lunga la gestione di Claudio Sanfilippo. Non pochi successi, compresa la cattura del “mostro dell’ascensore” dopo un’infinita serie di aggressioni ai danni di ragazzine e donne ma anche una pagina buia: l’arresto di tre sottufficiali che anziché cacciare i narcotrafficanti facevano affari con loro.
E ancora, a zonzo nel tempo. Guido Marino, attuale questore di Napoli, uomo di testa e di polso. Gran poliziotto. E poi Fausto Lamparelli, il più umile, tra i più preparati.
Uomini, tipi, sbirri, funzionari. Una galleria, un ruolo, più o meno, un segno lasciato.

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